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FESTA PATRONALE di S. CRISTOFORO: Riflessioni

Il quadro di San Cristoforo che di solito esponiamo accanto all’altare per la festa patronale è in restauro; lo troviamo però riprodotto presso l’abside della basilica nella vetrata che abbiamo scelto per l’immaginetta della festa di oggi.

Il Santo vi è ritratto gigantesco e gentile; dietro sullo sfondo ha gli edifici della Città come era a fine 1700: vi si riconosce la facciata della basilica, rimasta in quella forma fino al 1860 quando, in seguito al crollo del soffitto, fu necessario un intervento e gli industriali della Città si impegnarono per un edificio nuovo e più grande e anche
bello.

Al centro dell’immagine c’è, appunto, San Cristoforo con il bambino Gesù sulla spalla, in ossequio al nome (che significa portatore di Cristo) e alla leggenda per cui aiutò il bambino Gesù a passare il fiume, vicino al quale viveva; si appoggia al bastone ben robusto che dà sicurezza, i vestiti cinti ai fianchi e i piedi che affondano nell’acqua.

E’ l’acqua dell’Arno che periodicamente provocava emergenze per le sue esondazioni. I più anziani ancora se le ricordano, ma ora la maggior parte dei presenti non ha più vissuto questa emergenza. Merito senz’altro degli interventi fatti per migliorare il corso d’acqua del fiume, ma colpa anche della carenza delle acque che arrivano al fiume. Siamo infatti passati dall’emergenza dell’acqua eccessiva all’emergenza dell’eccessiva siccità. Chi nei giorni scorsi si ritrovava alla Contrada del brodo per le devozioni alla Madonna del Carmelo doveva constatare dal ponte dell’Arno la totale assenza di acqua.

Da una emergenza siamo passati in pochi decenni ad un’altra. La prima era stata governata, ma la seconda ci sta ancora interpellando.

E altre emergenze abbiamo conosciuto in questi periodi, al punto che i nostri progetti sono continuamente provocati da imprevisti. Di imprevisto però c’è soltanto quale sarà la prossima emergenza, ma che un’emergenza sia da mettere continuamente nel conto questo dovrebbe essere prevedibile e da prevedere.

Forse in altre epoche le emergenze si accoglievano come una fatalità a cui rassegnarsi, mettendo nel conto che un prezzo si sarebbe pagato e poi comunque sarebbe tornata la vita di sempre. Noi oggi non ci vogliamo rassegnare, soprattutto perché ci siamo accorti che nemmeno allora, ma in ogni caso non accade ora, che dopo un’emergenza si ritorni alla vita di sempre.

Abbiamo attraversato negli ultimi decenni emergenze economiche e sociali; poi sono arrivate le emergenze sanitarie e abbiamo infine riconosciuto che i cambiamenti climatici sono davvero un’emergenza che raggiunge la nostra vita quotidiana e non riguarda solo i ghiacciai della Groenlandia.

Noi non vogliamo rassegnarci alle perturbazioni improvvise che colpiscono la nostra quiete, però non vogliamo nemmeno vivere in apprensione continua per qualche guaio che ci può capitare addosso, a volte per colpa, a volte senza colpa.

Il nostro Arcivescovo Mario ci ha ricordato che per il cristiano i problemi si vivono come sfide e che la situazione si può e si deve vivere come occasione. Forse dovremmo riconoscere che quella chiamiamo quiete è solo un equilibrio precario tra benessere e disagi a cui ci siamo abituati, senza però che possiamo dirci appagati.

Noi come comunità cristiana riconosciamo che a causa delle grandi emergenze globali siamo oggi inquietati da due emergenze particolari che ci raggiungono e ci provocano. Sono l’emergenza educativa e l’emergenza casa.

Dell’emergenza educativa dono tanti i segnali che ci raggiungono; citiamo però il richiamo del nostro consultorio decanale per la famiglia, che ha celebrato quest’anno il suo 25mo di fondazione. La direttrice ci ha portato il loro allarme perché se due anni fa prima del Covid avevano in carico 50 adolescenti, ora ne hanno 500 e tutti con patologie più gravi. Dicono a noi parrocchie che loro fanno la parte clinica e hanno investito su nuove figure professionali; a noi chiedono di promuovere ambiti nuovi di incontro dove i ragazzi possano essere inviati per rigenerare relazioni vitali. Ambiti nuovi magari non troppo strutturati come può essere un gruppo di catechismo, ma non va bene nemmeno un semplice cortile aperto. Ci vuole un progetto.

Ci dobbiamo pensare, qualcosa abbiamo già fatto; abbiamo dei talenti da investire come la nostra tradizione dell’oratorio: la credibilità che l’oratorio si è guadagnata; le strutture di cui dispone; la cultura educativa di cui si appropriano già gli adolescenti che fanno gli animatori; tutti questi sono talenti che chiedono di essere rigiocati in questa emergenza.

Le nostre parrocchie che potrebbero essere tentate di lasciarsi andare allo sconforto, prese da un senso diffuso di decadenza, ecco che invece vengono rigenerate e rinnovate dalle emergenze che ci provocano.

Tra noi non nascondiamo che abbiamo magari qualche momento di malinconia, abbiamo la sensazione di condividere il declino di una civiltà, ma il Vangelo alla fine ci spinge a vivere come avventura la situazione che ci capita addosso nella forma di emergenza. La cogliamo come occasione per investire i talenti di cui pure disponiamo. Non ci preoccupiamo del futuro e cerchiamo di vivere il presente giocando tutto quello che abbiamo.

Così continuiamo appunto a investire sull’oratorio; così pur con le specificità di ogni parrocchia o comunità pastorale abbiamo fatto oratorio estivo città e vacanze in montagna, abbiamo trovato nonni che sono venuti a servire, professionisti che hanno prolungato la pausa pranzo per servire a tavola e genitori che hanno preso le ferie per accompagnare i ragazzi in vacanza.

Riconosciamolo che stanno cambiando tanto le nostre parrocchie; stando addosso alle emergenze facciamo comunque fatica, ma nel frattempo sono apparsi negli ultimi decenni innumerevoli catechisti, ministri che portano la comunione a casa agli ammalati, operatori Caritas su diversi fronti. Nuove forme di ministerialità, gente competente, che appaiono in anticipo sui nostri stessi progetti.

Sempre l’Arcivescovo Mario ci ricorda quello che dice il Salmo riguardo al pellegrino che abbandona la sua quiete e le sue sicurezze e si mette i viaggio per fare la volontà del Signore: lungo il cammino cresce e si rigenera il suo vigore.

L’altra emergenza è quella della casa. Una riunione dei responsabili delle Caritas parrocchiali del decanato ha rilevato la varietà dei bisogni su questa frontiera.

Riguarda questa emergenza chi la casa proprio non ce l’ha e poi chi non riesce a mantenerla perché con uno stipendio solo, una famiglia con figli, basta poco più di un incidente per non riuscire a stare dietro ad un affitto e alle bollette. Poi ci sono persone che escono da percorsi di recupero dal disagio e non sono ancora del tutto affidabili per firmare un contratto di affitto. Poi ci sono i rifugiati dalle guerre e non solo da quella in Ucraina. Si arriva anche agli insegnanti che vengono qui per una supplenza e cercano di non disperdere tutto lo stipendio per la casa. Senza dimenticare le mamme sole coi bambini e i padri separati.

Qualche ricerca più approfondita andrebbe fatta per le persone con disabilità che restano senza genitori e cercano una casa, una comunità, vicino ai luoghi dove sono cresciuti.

Noi come parrocchie su questo siamo meno attrezzati, ma come dice Gesù nel vangelo, davanti alla folla di 5000 uomini affamati, possiamo scegliere e stiamo scegliendo di lasciarci interpellare: la questione ci riguarda. Possiamo fare e in fondo stiamo già cercando di fare qualcosa incominciando a mettere a disposizione tutto quello che abbiamo, come fecero quella volta i discepoli che avevano solo i cinque pani e i due pesci.

Un recente decreto dell’Arcivescovo Mario chiede ai consigli degli affari economici della parrocchie di fare una verifica di tutto il patrimonio immobiliare delle rispettive parrocchie.

Anche noi, come decanato abbiamo fatto una commissione per la vita sociale, vogliamo fare un’analisi degli immobili di cui le parrocchie dispongono, che magari sono dismessi perché da ristrutturare o magari sotto utilizzati e vedere le esigenze più urgenti e trovare un equilibrio su come destinarli con criterio.

Ascolteremo persone esperte, sentiremo i servizi sociali, le cooperative sociali del nostro territorio per conoscere le povertà che loro incontrano, per arrivare ad incrociare risorse e attese. Vogliamo fare un lavoro serio, rigoroso, ma vogliamo metterci anche entusiasmo e anche un po’ di spirito di avventura.

Sappiamo che dare la casa non è semplicemente questione immobiliare; chi è rimasto senza casa a volte è persona da educare ad un equilibrato uso delle proprie risorse; deve imparare a mettere da parte qualche risparmio a dare priorità alle spese utili: serve quindi un lavoro educativo. Diamo una casa ma facciamo anche un accompagnamento e d’altra parte possiamo fare un lavoro educativo proprio perché diamo una casa. Non si può educare senza dare.

Scrive l’Arcivescovo che, nell’amministrare i beni con criterio evangelico, la chiesa mostra il suo volto e dà buona testimonianza di come il Vangelo sia luce per una gestione efficiente delle stesse cose del mondo.

Vogliamo insomma che i talenti non restino sepolti sotto terra; vogliamo anche fare sperimentazione a beneficio di tutti perché da un’emergenza escano soluzioni innovative per la gestione ordinaria delle nostre risorse e del bene comune.

Anche in questo vogliamo fare un servizio alla città. La forza del Vangelo ci spinge a farci pionieri per esplorare nuove possibilità e tracciare sentieri percorribili da molti.

Riassumo così i testi evangelici che potremmo tenere come riferimento.

  • La parabola del Buon Samaritano che vede l’emergenza di un uomo lasciato mezzo morto lungo la strada e trova qualche risorsa per curarlo e coinvolge anche la locanda vicina per ricoverarlo.
  • Il racconto della moltiplicazione dei pani dove Gesù chiede di non guardare alla sproporzione ma di mettere subito a disposizione i pani e i pesci che abbiamo con noi.
  • La parabola dei talenti che abbiamo come risorse e che potrebbero restare lì inutilizzate perché abbiamo paura di rischiare

Al contrario dobbiamo evitare altri esempi.

  • Quello dei bambini per strada che dicono ai loro compagni: “abbiamo suonato un lamento e non avete pianto; abbiamo suonato una danza e non avete ballato”
  • Quello dell’uomo che si ritrova con un raccolto abbondante e pensa solo a conservarlo per la propria quiete, invece di investirlo secondo lo Spirito di Dio

Per arrivare all’invito conclusivo di Gesù, di cercare prima di tutto la volontà di Dio perché tutto il resto ci sarà dato in aggiunta.